Era una sera di novembre a Bologna, e il freddo pungente si insinuava tra le vie del centro storico avvolgendo i portici di via Indipendenza in un silenzio insolito. Giulia stava sparendo la cucina dopo aver preparato una tazza di camomilla per il padre, Renato, quando lo sentì crollare sul divano del soggiorno. Corse subito nella stanza e lo trovò accasciato, il volto cianotico, la mano destra stretta sul petto come se volesse trattenere il respiro che gli stava sfuggendo. «Papà! Papà, mi senti?» lo scosse con tutte le sue forze, ma gli occhi di Renato erano semichiusi e il suo respiro era affannoso, irregolare, come un motore che si spegne. Giulia sentì il cuore le martellare nelle tempie: aveva appena finito di studiare, era stanca, e adesso il terrore puro le gelava il sangue. Il telefono le tremava tra le mani mentre componeva il numero del pronto intervento, ma serviva un mezzo, serviva arrivare all’ospedale Sant’Orsola il prima possibile, e il bus della notte passava tra quaranta minuti, quaranta minuti che in quel momento le sembravano un abisso.
Con le mani sporche di camomilla e la voce rotta dall’ansia, Giulia chiamò il servizio di Radio Taxi 24. Rispondette una voce calma e professionale, che la rassicurò subito: «Stia tranquilla, signorina, le mandiamo subito un’auto. Indichi il suo indirizzo esatto.» Forse non avrebbe immaginato che, a quell’ora, qualcuno stesse già ascoltando e correndo ai ripari. Il centralinista passò la chiamata al turno di notte e in meno di tre minuti un taxi bianco con la scritta luminosa attraversava il centro di Bologna, guidato da Marco, un autista con vent’anni di esperienza e una sensibilità che nessun tassametro poteva misurare.
Marco arrivò sotto il portico di casa Ferrini in nemmeno sette minuti. Trovò Giulia fuori sul marciapiede, il padre a malapena cosciente sulle sue braccia, e non perse un secondo. Aprì lo sportello posteriore, aiutò Giulia a far sedere il padre con delicatezza ma rapidità, e avvolse una coperta di emergenza — che teneva sempre nel vano bagagli — sulle spalle tremanti di Renato. «Signorina, l’ospedale Sant’Orsola, vero? Ci penso io. Si rilassi.» Avviò il motore e si immesse nella strada, le luci arancioni del taxi che tagliavano il buio come un faro nella tempesta. Non mise su la radio, non fece conversazione inutile: guidò con precisione chirurgica, rispettando ogni limite ma senza un istante di esitazione, trovando la via più rapida nonostante il cantiere in via dei Mille, deviando per le strade laterali con la disinvoltura di chi conosceva ogni vicolo della città nel cuore della notte.
Avevano percorso poco più della metà del tragitto quando Renato aprì gli occhi a fessura, mormorò il nome della figlia con un filo di voce e le strinse il braccio. Giulia sentì le lacrime salire, ma non pianse: stringeva il telefono in una mano e con l’altra teneva la mano del padre, guardando fuori dal finestrino le luci sfocate di una Bologna che, nel silenzio delle tre di notte, sembrava vegliare su di loro. Marco, dal sedile anteriore, chiamò la centrale per avvisare che stavano arrivando e il centralinista, senza che nessuno glielo chiedesse, contattò direttamente il pronto soccorso del Sant’Orsola per preparare l’equipe di emergenza. Una catena di gesti precisi, invisibili e generosi, che si intrecciava come le mani di Giulia e suo padre.
Quando il taxi si fermò davanti all’ingresso del pronto soccorso, i camici bianchi erano già lì ad aspettarli. Marco si alzò dal sedile, aprì lo sportello e aiutò Giulia a far scendere il padre su una barella con una prontezza che non sembrò nemmeno un gesto improvvisato. «Ha un problema cardiaco, ha bisogno urgente di ossigeno e monitoraggio,» disse a un’infermiera mentre la barella spariva oltre le porte automatiche. Giulia si voltò verso di lui con gli occhi lucidi, le labbra tremanti, e sussurrò: «Non so come ringraziarla.» Marco le posò una mano sulla spalla — una mano ferma, calda, di chi ha visto tante notti difficili e sa che a volte bastano pochi minuti per cambiare tutto — e rispose con un sorriso lieve: «È per questo che siamo qui. Il suo papà sta in buone mani, adesso. Vada, e non si preoccupi del conto, può pagarlo dopo quando starà meglio.»
Passarono ore interminabili nella sala d’attesa del pronto soccorso, ma quando il medico uscì con un sorriso tranquillo per dire che Renato era fuori pericolo, che l’intervento tempestivo aveva evitato conseguenze gravi, Giulia sentì il mondo ricomporsi come un mosaico che aveva rischiato di frantumarsi. Chiese alla reception come potesse contattare il taxi per saldare la corsa e lasciare una mancia, ma le dissero che Marco aveva già registrato tutto alla centrale e che il pagamento poteva avvenire anche in un secondo momento. Camminando verso l’uscita dell’ospedale, nell’aria fredda dell’alba bolognese che tingeva i tetti di arancione e viola, Giulia prese il telefono e compose il numero di Radio Taxi per lasciare un messaggio semplice: «Grazie. Avete salvato mio padre.» Dall’altro capo, la voce serena del centralinista rispose: «Di niente, signorina. È il nostro lavoro, notte e giorno. Suo padre si riprenderà bene.» E per la prima volta in quelle ore impossibili, Giulia sorrise davvero, sentendo che quella notte di paura si era trasformata, in qualche modo, in una piccola storia di fortuna.